| Michelle Pfeiffer
Così raccondo le adozioni difficili
Dopo tanti ruoli di mamma premurosa volta pagina
con White Oleander: la diva più glaciale dì Hollywood
diventa una madre visionaria e snaturata. Che uccide l'amante. E
costringe la figlia al lungo girone infernale degli affidi falliti
Di GUIA SONCINI
A un certo punto della sua carriera, Michelle Pfeiffer ha cominciato
a interpretare parti di mamma, e non ha più smesso. Non è
facile individuare il punto preciso in cui tale immersione nel ruolo
è avvenuta. Certo non all'inizio, non in quello Scarface
in cui era più che mai glaciale, intimidatoria e nevrotica.
E certo non nei Favolosi Baker, in cui aveva tutta l'aria di non
essersi mai assunta una responsabilità e di avere ogni intenzione
di continuare così. Certo non nelle Streghe di Eastwick,
dei cui set ha il seguente ricordo: «C'erano cinque ragazzini,
nel film, e io brancolavo nel buio. Una sera me lì sono ritrovati
nella mia stanza d'albergo e ricordo di aver detto a Cher "Che
devo fare con questi?". Non ero in grado di dar loro da mangiare.
Non sapevo come farli divertire». Quando si dice l'istinto
materno. Può essere che la trasformazione sia avvenuta con
Qualcosa di personale, dov'era la giornalista rampante ma piena
di buoni sentimenti che, con tutta evidenza, non figliava con Robert
Redford solo perché lui moriva troppo presto. Di sicuro la
metamorfosi era completa nel 1996, quando si ritrovò a fare
la madre single di un lagnosissimo bambino che aveva come unica
dote quella di essere compagno di scuola della figlia di George
Clooney. I due bambini arrivavano in ritardo per una gita, e lei
se li doveva sobbarcare, alternandosi coi buon George, per gran
parte della giornata. Michelle stupiva ogni spettatrice senza figli
(e faceva sentire vagamente in colpa quelle con i figli): non si
spazientiva mai, né quando la sera era distrutta e il bambino
si rifiutava di dormire, né quando, già in tailleur
per un importante appuntamento di lavoro, il moccìoso le
rovesciava il succo di frutta sulla camicetta, e neppure quando
la piccola peste distruggeva il plastico dimostrativo cui Michelle
aveva lavorato per settimane. Non si lamentava, anzì: lo
amava come non mai, e a un certo punto si scusava persino di averlo
sballottato in qua e in là tutto il giorno, povero piccolo,
non è colpa tua. Quando si dice l'istinto materno. Hollywood
è Hollywood, un posto di cliché ambulanti, un luogo
che non permette agli attori di confondere il pubblico presentandosi
in maniera troppo diversa da come il pubblico se li aspetta, e meno
che mai essendo troppo diversi dai personaggi che interpretano,
Michelle nel frattempo era diventata una mamma.
Nel 1993, dopo varie traversie sentimentali e dopo aver capito
che voleva comunque avere un figlio, Pfeiffer decise di diventare
una madre adottiva. Mentre perfezionava l'adozione di Claudia Rose,
cominciò a uscire con David E. Kelley, genio dei telefilm
(fra le sue invenzioni, Ally McBeal). Non volle coinvolgerlo subito
nell'adozione, le sembrava che una bambina rimasta senza genitori
avesse già subito abbastanza traumi: inutile presentarle
"Il tuo nuovo papà", finché la cosa non
fosse stata certa. Quindi per un po' lei e David stettero insieme
ma la piccola Claudia, entrata contemporaneamente a David nella
vita di Michelle, di cognome faceva Pfeiffer. Alla fine del 1993,
Pfeiffer e Kelley si sposarono, e l'anno dopo nacque John Henry.
Nel frattempo, Claudia Rose aveva preso il cognome Kelley. Pfeiffer
non ha mai commentato le odiose didascalie che i giornali ritengono
in questi casi di dover fare: ecco a voi Michelle Pfeiffer con il
figlio John Henry e la figlia adottiva Claudia Rose. Se lo facesse,
forse direbbe qualcosa di politicamente corretto, qualcosa circa
il fatto che i bambini adottati sono ancor più figli di quelli
naturali, in quanto sono stati scelti. Non si è sin qui sbilanciata,
come dei resto su tutto ciò che riguarda la propria vita
privata, ma ne dipinge un quadretto in colori pastello: lei e David
non ricevono mai a casa, lei al massimo fa venire gli amichetti
dei bambini, e non li riceve certo in lussuosi saloni ma In bagno,
che è la sua stanza preferita; la mattina, se non è
sul set, prepara i bambini per la scuola, poi David li accompagna,
lei sbriga tutto ciò che deve fare fino a che loro non escono
da scuola, a quel punto li va a riprendere e li scarrozza ovunque,
"proprio come ognì mamma"; quand'è sul set,
nelle pause delle riprese studia le scene dei giorni successivi,
in modo da non doverlo fare la sera a casa ed essere invece libera
di stare con i bambini. Quando si dice l'istinto materno.
Oleandro bíanco, in uscita in Italia in questi giorni e
tratto dal romanzo di Janet Fitch, è la storia di Ingrid
(Pfeiffer), una poetessa che decide di avvelenare l'uomo che le
ha spezzato il cuore con l'oleandro bianco (così bello, così
letale... capito il messaggio?). Viene arrestata e, da quel momento,
per la figlia Astrid (Alison Lohman, che ha fatto gridare la critica
alla rivelazione) inizia il pellegrinaggio da una madre affidataria
disfunzionale all'altra, con il conforto (per così dire)
delle lettere di Ingrid dal carcere: «lo ti ho creata. lo
sono nel tuo sangue. Tu non puoi andare da nessuna parte fino a
che io non ti lascio andare». Quando si dice l'istinto materno.
È strano che la gelida Pfeiffer sia finita, nella vita,
a fare la madre di famiglia, una che passa le proprie serate a guardare
la televisione, e neppure i programmi, ma la lista dei programmi,
«fino a che a un certo punto entra David e mi dice: «Stai
ancora guardando la guida tv?"». Tuttavia, la casalinghitudine
non è bastata ad attutire il suo istinto d'attrìce:
quella di Oleandro bianco era una parte troppo buona per lasciarsela
sfuggire (e infatti si parla molto di candidatura all'Oscar) e pazienza
se è il ritratto di una madre snaturata, ed essere troppo
credibile in quel ruolo potrebbe rovinare l'immagine di perfetta
mater familias su cui Pfeíffer ha lavorato neglì ultimi
anni. Il libro è stato popolarissimo (con il piccolo ? ma
neppure così piccolo aiuto di Oprah Winfrey, regina dei talk
show americani, che lo inserì nel proprio book club, facendone
automaticamente un bestseller), il film rischia di esserlo altrettanto.
Un drammone familiare, e tutto al femminile, con tanti saluti a
quelli che dicono che a Hollywood non ci sono buoni ruoli per le
donne. Pazienza se, facendo il paio con la sua Astrid che nel film
dice: «Mia madre era la donna più bella che avessi
mai visto. E la più pericolosa», Lohman spiega che
a creare la giusta dinamica è stato di grande aiuto il fatto
che Ingrid fosse interpretata da Pfeiffer, che la intimidiva e le
metteva soggezione. Gratta l'istinto materno, e troverai un ghiacciolo.
GUIA SONCINI
Usa: il dramma dei ''foster kids"
Approvata dal Congresso nel 1997, la legge americana
che regola gli affidi e le adozioni - la cosiddetta Adoption and
Sate Families Act ? avrebbe dovuto «ridurre i tempi di attesa
dei minore in affidamento, favorendo un'adozione più rapida».
Ma a cinque anni dal voto il numero degli affidi è cresciuto
(dai 28 mila dei '96 ai 50 mila dei 2001), tradendo la promessa
fatta dall'allora presidente Bill Clinton: «La nuova legge
aiuterà i bambini che vìvono In affido a trovare una
sistemazione presso famiglie stabili, selezionate con cura dai singoli
Stati». La realtà è che nell'America di oggì
i foster kids vengono sempre più spesso da famiglie povere
piuttosto che violente o inabili. Strappato ai suoi genitori, il
minore entra nell'interminabile spirale degli affidi, passando da
una casa all'altra in realtà alienanti e transitorie, spesso
peggiori di quella iniziale. Motti di questi bimbi si ribellano
e fanno di tutto per rícongiungersí ai loro genitori.
Ma la famiglia d'origine ha solo un anno di tempo per soddisfare
i requisiti per poter riavere il figlio. Qualora fallisca l'"esame",
il bambino può, in teoria, essere adottato da un'altra famiglia.
«Ma nella realtà» spiega Richard WexIer, direttore
della National Coalition for Child Protection Reform «la maggior
parte di loro resta nel limbo perché nessuno vuole adottare
un bambino con evidenti danni psicologici"
ALESSANDRA FARKAS
Una vita tutta Hollywood e famiglia
Michelle Pfeiffer nasce il 29 aprile 1957 a Santa
Ana, California. la sua prima interpretazione è quella dì
cassiera di supermercato, ma a ventun anni è già a
Hollywood dove inizia la gavetta e sì sposa con l'attore
Peter Horton. Nell'82 viene scritturala per il sequel di Grease:
tra i pochi a vedere la pellicola c'è un certo Brían
De Palma che la chiama per Scarface con Al Pacino. Il successo è
ormai a portata di mano e arriva prima con le Streghe di Eastwick,
poi con la parte della bellissima Madame de Tourvel nelle Relazioni
pericolose. Lasciato il set settecentesco, Michelle divorzia dal
marito e si permette il lusso (o la follia) di rifiutare il ruolo
di Jodie Foster nel Silenzio degli innocenti e quello di Sharon
Storie in Basic lstinct. La vediamo invece con Sean Connery nella
Casa Russia (1990), con Michael Keaton in Batman 2 (1992) e con
Daniel Day?Lewis nell'Età dell'Innocenza (1993). Nel '93
arriva anche la prima figlia, il secondo matrimonio e, nel '94,
la nascìta del piccolo John Henry. Prima dì White
Oleander ha interpretato Mi chiamo Sam a fianco di Sean Penn
Article taken out from IO Donna
- February, 2003
Transcripted by Francisco J. González for Michelle
Pfeiffer, The Face |